27 Gen 2011
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c.Guadagnolo

 di Cinzia Guadagnuolo

fotografie di Giampaolo Petrucci

 

“Cosa andate a fare in Africa?”, ci hanno chiesto in molti prima della partenza.

“Cosa fate concretamente lì per aiutare?”.

 

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Sappiamo solo di aver condiviso tre settimane di vita quotidiana con un popolo: preghiera,lavoro, visite, passeggiate, chiacchiere.

 

L’immagine romantica del missionario che parte dal paese “sviluppato” e dal cuore della cattolicità, per andare gratuitamente a portare aiuto al povero e a consegnare a quella gente le sue cose, il suo knowhow tecnico, la sua visione dell’etica e della fede, non sembra stare molto in piedi. Non convince, non tiene unite le esperienze di lavoro e le emozioni vissute con loro, non racconta molto di quei volti che sorridono o di quelle mani che scavano mattoni dalla nuda terra.

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C’è una distanza abissale tra noi e loro. Una distanza che un occidentale difficilmente può comprendere ed accettare, catalogandola il più delle volte come loro incompetenza, inedia, pigrizia, leggerezza.

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E’ necessario lasciarsi cambiare, anche nell’esperienza del servizio, ciò significa innanzitutto lasciarsi svuotare dei propri pregiudizi, anche tecnici e lavorativi. Altrimenti il rischio è grande: ritornare a casa più “occidentali” di prima e con la valigia carica di nuovi stereotipi, eretti come un muro che isola in un contenitore a tenuta stagna tutto ciò che resta incompreso.

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