02 Nov 2010
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Federica

di Federica

Quando vai in una paese nuovo, completamente differente dal tuo, i primi sensi che vengono investiti dalla diversità sono sicuramente la vista e l’olfatto e, al primo pasto di cibo locale, anche il gusto. L’udito e il tatto sembrano non dare nessun contributo alla conoscenza di ciò che ti sta intorno. Eppure, io qui a Shanghai, dopo una prima banale esplorazione della realtà con occhi, naso e bocca, trovo che questa città abbia una colonna sonora tutta sua.

L’appartamento in cui vivo con le altre ragazze si trova in un complesso residenziale immerso nel verde. Le piante, grazie a questo caldo umido, per noi umani insopportabile, crescono rigogliose in grandi aiuole vicino alle quali ci sono dei piccoli laghetti abitati da pesci rossi.
Le aiuole e i laghetti sono collegati tra loro da ponticelli di legno che costituiscono un passaggio obbligato per chi esce ed entra in casa.
Sotto l’acqua, sopra il legno. Il rumore dei nostri piedi che percorre il ponticello è come il battito del cuore, ritmato e sordo, ma molto rassicurante.

art Federica1

Esci di casa e il ritmo da tamburo battente ti incita ad affrontare la giornata. Al rientro nel tardo pomeriggio o di sera, il suono si modula in un’armonia dolce, perché il passo meno deciso rimbomba cauto sotto i tuoi piedi. Nel tragitto che percorriamo per raggiungere la strada siamo costantemente accompagnate dal frinire delle cicale, sia di giorno che di notte.
Non una cicala, non due, ma dall’intensità del suono che emettono deve trattarsi di milioni di cicale. Partono in sordina, un piccolo gruppetto dà il la, le altre si uniscono in un crescendo costante che raggiunge vette di potenza sconcertanti.
Toccano il picco di canto tutte insieme, sembra facciano a gara a chi grida più forte.
Ti stordiscono. Poi qualcuna inizia a stancarsi e abbandona il coro, l’intensità decresce gradatamente fino a che senti quattro “voci” isolate, cui segue un anomalo silenzio. Le tue orecchie ricominciano a percepire tutti gli altri rumori sovrastati dal frinire delle bestiole: l’abbaiare di un cane, le voci dei passanti, il rombo dei motori.
Per poco però. Perché questi instancabili insetti fanno pause molto brevi. Nel giro di dieci, quindici secondi ricominciano la loro performance con le stesse modalità descritte prima, senza soluzione di continuità. L’intervallo fa parte dell’esibizione.
Dopo due settimane a Shanghai, la formichina della favola di monsieur La Fontaine mi sta molto più simpatica.

Arrivati sulla strada, il rumore del traffico è uguale a quello di qualunque altra grande di città, ma per non rischiare la vita devi affinare l’udito.
Il vero pericolo infatti non sono le macchine che percorrono la carreggiata centrale loro destinata, ma i motorini elettrici e le biciclette che sfrecciano indisturbati e incuranti dei passanti sulla corsia preferenziale. Occhi aperti dunque. Ma alcune volte non basta. Se impari a riconoscere il ronzio dei motori elettrici e il sibilo delle ruote delle biciclette hai maggiori garanzie di salvezza!

La lingua poi è un saliscendi di suoni che ti frantumano il timpano. Se senti parlare un cinese per volta, riesci a percepire una certa gradevolezza nell’altalenante susseguirsi dei diversi toni. Se però ti capita di trovarti in mezzo a un gruppo di persone che parlano tra di loro, tutto cambia. A parte non riuscire a comprendere minimamente il senso di quello che dicono, che è già una grande frustrazione, non si può cogliere neanche la sfumatura dell’umore della conversazione.
Litigano? Parlano del tempo? Fanno commenti sconci? Ti vogliono blandire o persuadere? Stanno forse pregando in gruppo? Non è dato saperlo.
L’unica cosa sensata da fare è sorridere, anche a rischio di sembrare completamente tonti.
Devo ammettere che, camminando per le strade della città, entrando nei negozi, nei ristoranti e stando a contatto stretto con la gente locale, oramai la lingua è diventata un piacevole accompagnamento musicale alle mie giornate.
C’ è però una cosa a cui non riesco ad abituarmi quando sono per strada: gli uomini cinesi sputano, con una frequenza e una naturalezza sconcertanti, emettendo una serie di suoni preparatori all’atto finale veramente disgustosi.
Di solito non trattengo mai qualche commento ad alta voce, accompagnando le parole con una faccia disgustata, ma ciò non sortisce nessun effetto.
Nei pellegrinaggi per le vie cittadine non è inusuale incontrare ambulanti che vendono le cose più disparate, ma quelli a cui mi avvicino sempre sono i venditori di grilli. Tengono gli insetti dentro delle gabbiette minuscole fatte di bamboo che vengono attaccate fitte fitte ad una lunga pertica. Ti accorgi subito se c’ è un venditore di grilli nei paraggi, perché il cri-cri di tutti quegli insetti insieme è come un richiamo. A differenza delle cicale, i grilli cantano in modo disordinato, vanno ognuno per conto proprio e non lasciano spazio a un silenzio compatto così come non toccano vette di corale intensità. Sono straordinariamente individualisti: anche chiusi in quegli spazi angusti non rinunciano a fare sentire la loro voce.

Mi piacciono i grilli e ho sempre la tentazione di comprarne uno che mi faccia compagnia.
Qui a Shanghai, come in tutto il resto della Cina, si trovano centri-massaggio in ogni dove, che propongono un’offerta straordinaria di trattamenti a prezzi molto bassi.
Entrare in uno di questi posti è un’ esperienza irrinunciabile.
Anche per l’udito, oltre che per il corpo.
Perché quasi tutti i tipi di massaggio praticati prevedono degli interventi, per così dire, d’urto.
Non c’è da spaventarsi comunque, perché al suono di schiaffi vibranti e pugni sordi non seguono grida di dolore, ma tutt’al più, qualche gemito malamente trattenuto di piacere.
Non so come facciano a picchiare così forte senza farti male, sta di fatto che, dopo essere uscito dal centro, ti senti leggero come una piuma.

Eppure, se dovessi dire ciò che mi dà la misura di essere in un paese straniero a migliaia di chilometri dall’Europa è proprio l’assenza di un suono.

Il rintocco della campana, che ti scandisce la giornata e che ti ricorda che la domenica è un giorno di festa, qui non c’ è.
Francamente, il tempo scandito dall’uomo in porzioni di spazio sempre uguali, che ti rassicura e contiene, per adesso non mi manca.
Preferisco questa assenza di rintocco.

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