29 Gen 2013
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07:00 am: l’invadente sopraelevata di Mumbai infestata di veicoli di ogni tipo, e dalla sua posizione privilegiata guarda alle finestre di magnifici palazzi cadenti in puro stile europeo del XIX secolo.

Testo e Foto di Aldo Tromba

Già dopo meno di un’ora dal mio arrivo, Mumbai mi aveva trasmesso tanto della sua essenza, e non potrebbe essere diversamente per un luogo che ti entra letteralmente dentro attraverso tutti i sensi umani. Ti riempie appena metti il naso fuori dall’atmosfera rarefatta e global dell’aeroporto.

Dopo il primo giorno ne avevo la certezza: Mumbai è il Big Bang della civiltà come la conosciamo oggi. La sento come un enorme nucleo improvvisamente esploso, ricolmo di umanità in tutte le sue forme, o forse semplicemente sgretolatosi lentamente fino a ridursi comunque in polvere minuta, quella che ricopre ogni cosa a Mumbai, anche la più nuova.

C’è anche qualche tassista che si sforza di tenere pulito il proprio mezzo, ma per quanto ci provi la lotta è impari, tutto viene velocemente ricoperto. Anche dall’aereo quando riesci a scorgere qualcosa tra le polveri fini che inquinano il cielo della città, tutto ciò che vedi ha il colore della polvere: baracche, grattacieli, stadi, persino la vegetazione. Vanitosa come i suoi abitanti, Mumbai si incipria perché i suoi colori le sue brutture siano meno accecanti.

Quando ti avvicini però, vengono fuori, prepotenti, tutti i colori dell’umanità, in un solo colpo, fin troppo forti…
Ho visto bruciare di tutto a Mumbai per poi ridursi in cenere: ovviamente del profumatissimo legno di sandalo, ma anche plastica, copertoni, carta, ossa di animali, e solo pochi giorni prima era stato bruciato il corpo di un famoso Baba. Tutto qui torna sotto forma di polvere, qualunque sia la tua fede, a quanto pare.

È anche una polvere democratica quella di Mumbai, si posa su tutto e tutti, neppure i ricchi della Malabar Hill ne sono esentati, non hanno mai quell’aspetto di “nuovo di fabbrica” dei ricchi occidentali a cui siamo abituati, magari saranno anche più opulenti di quelli occidentali, ma sempre con questo velo di umanità , feroce o aggraziata che sia, che ne ricopre vestiti, auto e le stesse membra… la polvere di Mumbai!

L’ho sentito anche io sulle mie spalle il suo peso. Creatasi in millenni di umanità e forse prima: ogni piccola particella porta con sé chissà quante storie. Un peso enorme, improvviso che cade sulle spalle del turista curioso. La sera, in camera provavo a nettarmi da tutte queste umane miserie con energiche docce, ma è una polvere che si lega alla pelle, non te ne stacchi più, come potresti dimenticare? Anche Mumbai non riesce a scrollarsi questa polvere d’umanità, rimane sospesa nel tempo tra un passato invadente e un futuro che incalza. Le sue vie, i suoi palazzi logori, cadenti, ricchi del fascino del tempo che fu, sono, allo stesso tempo, fonte di ispirazione per città immaginifiche dei racconti di fantascienza o di film come Blade Runner.

Staccarsi da questo passato significa insinuarsi nelle crepe di una malta creatasi tra questa polvere, e l’acqua degli scoli, dei fiumi sacri, del mare un tempo solcato dalle compagnie delle indie e delle piogge monsoniche che regolano la vita indiana segnandone fortemente le stagioni, polvere ma anche acqua intrise di umanità.

Sarà difficile riuscirci, continua a sedimentarsi sempre di più, nuova polvere e nuova acqua lurida si aggiungono. Chissà che (un giorno) gli studi antropologici fatti oggi cercando tra incisioni millenarie in grotte umide, in futuro non indaghino invece le polveri sedimentate e stratificate di Mumbai.

Foreste metropolitane.

Mi ha colpito come le nuove costruzioni di Mumbai, spesso lussuosi grattacieli, si fondano armonicamente con quanto li contorna: spesso al loro fianco rimangono baracche malandate, discariche a cielo aperto o semplici casupole di povera gente. Mentre passeggiavo in un piccolo sozzo vicolo con la solita mucca a pascolare, ho svoltato un angolo passando su un mucchio di rifiuti, trovando (erano le 11 di sera) un piccolo esercito di uomini in cravatta; uno mi ha sorriso rivolgendomi un saluto, gli ho chiesto dove andasse e lui mi ha detto che tornava a casa dal lavoro, indicando il palazzo alle mie spalle, un enorme grattacielo con uno schermo su cui scorrevano continuamente dati… la borsa di Mumbai, tra mucche e cumuli di rifiuti.

Palazzi che crescono velocemente e disordinatamente nei luoghi più improbabili, sorretti da sghembe impalcature di bambù, tenuto insieme da cordoni di fibra di cocco. È significativo vedere crescere queste strutture ultramoderne fatte di cristallo e acciaio mentre attorno, come tante scimmie, si aggirano operai che saltano tra rami di bambù. Ricorda il fico strangolatore che si avviluppa disordinatamente e meravigliosamente attorno ad alberi enormi, forti, in parte sostenendone anche la crescita, ma poi irrimediabilmente risucchiandone la vita lasciando solo il guscio esterno.

Anche qui pur concedendosi al nuovo, sembra che Mumbai non voglia perdere la sua natura. Queste scimmiette curiose che si aggirano su enormi scheletri di bambù, una volta data forma e vita al contenitore, poi la travasano dentro. Non saranno certo le stesse anime a riempirlo, ma altre, dandogli in brevissimo tempo quell’aspetto di estremamente umano, vissuto, che tutto ha a Mumbai, anche il più nuovo dei palazzi.
Il legame con la natura è forte in India, anche in una metropoli come questa. Non è cosa strana per un indiano trovarsi una mucca dentro la sala d’aspetto della stazione, o delle scimmie dispettose dentro casa, né tantomeno che continui a parlarti come se nulla fosse mentre una mucca sta defecando ai vostri piedi.

L’indiano vive nella natura, così come è stata creata, sembra che solo da poco abbia iniziato a modificarla per i propri bisogni, come è comune all’uomo. L’indiano ci convive, sia che si parli di animali, vegetali o altre forme organiche. Ciò non significa assolutamente che la rispetti, anzi spesso la maltratta anche in modo fastidioso, ma è palese come per lui sia cosa quotidiana non un corpo estraneo, e come tale la tratta, come una cosa qualunque della sua giornata, in cui è totalmente immerso, e con cui si confronta paritariamente.

Altra cosa è l’indiano alla guida, nelle caotiche strade di Mumbai, in cui i camion coloratissimi sul retro riportano tutti l’invito a suonare il clacson, il mondo si inverte: neppure le caste hanno più valore e fatta eccezione (almeno credo…) per i bambini, la scala dei valori è la seguente: auto, camion, moto, bici e per ultimo, staccato, l’essere umano, secondo anche alle mucche. È forse attraverso questo predominio del mezzo sull’uomo, che la città cerca di emanciparsi dalla propria lunga storia, dal suo sottile ma persistente velo di umanità, di scrollarsi di dosso la sua polvere secolare che alla fine tornerà sempre a ricoprire i cofani dei taxi.

Arrivato a Mumbai, il primo istinto è stato mettere nero su bianco queste ed altre piccole considerazioni, avrei voluto anche scrivere qualcosa sul viaggio nel sud est asiatico, ma non ci sono riuscito. Forse ogni storia deve essere raccontata a suo modo. Il Laos, la Thailandia, la Cambogia mi sento di raccontarli per immagini, non so se saprei descriverli ugualmente a parole o in altra forma, e lo stesso è per l’India, mi è difficile pensare di descriverla se non attraverso queste righe. Ogni cosa ha il suo tempo e i suoi modi, in fondo. Gli “occhi nudi” non sono certo prerogativa mia, o specifica di questo o quel viaggio, sono solo il modo in cui mi piace guardarmi attorno, il modo in cui mi pongo rispetto alle cose ed alla gente, senza barriere aspettandomi sempre tutto il bene possibile.

Questo l’India me lo ha dato, gli Indiani mi hanno donato il loro modo di essere senza menzogne, belletti. Tanta verità, spesso dolorosa a volte persino buffa, sempre estremamente umana. Pasolini narrando degli Indiani, parlava di sorrisi dolci e mai allegri. (oggi )Ricordando queste parole ripenso al volto di Sinee, un autista di tuc-tuc di Mysour ed al suo sorriso allegro e coinvolgente e credo che questo popolo conosca veramente il significato della parola speranza.

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