11 Ott 2010
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di Federica

L’appuntamento è alle tre. Mi presento leggermente in anticipo allo stand della sartina cui abbiamo commissionato degli abiti che saranno pronti nel fine settimana. Per chi non ci è mai stato è difficile capire cos’ è Fabric: tre piani di piccoli stand, accatastati l’uno vicino all’altro, in cui trovi modelli di abiti, cappotti, impermeabili, maglie, camicie, vestiti da sera pronti per essere riprodotti su misura per te con la stoffa che ti piace più.

Non c’ e’ limite alla possibilità di combinazioni. Rotoli di tessuti in cotone, lino, seta, flanella, lana, cachemire dai colori più disparati fanno capolino da ciascuno stand invitandoti ad entrare, toccare, scegliere, comprare.
I prezzi sono più che abbordabili, perché se non ti soddisfa la proposta del sartino di turno, puoi sempre andare più avanti o cambiare piano, dove troverai qualcuno disposto a confezionarti lo stesso articolo ad un prezzo più basso. Nella mia logica occidentale faccio un pò di fatica a capire perché tutti questi piccoli imprenditori del tessile siano concentrati in unico stabile, dove per forza di cose devono subire o perpetrare una concorrenza sleale al limite del sostenibile.  Qui funziona così: probabilmente si sentono più forti e tutelati insieme, come una sorta di corporazione che fa gli interessi del gruppo in barba alle leggi scritte della nostra economia e degli studi di fattibilità.
Quello che vedo mi affascina tantissimo: lascio scorrere tra le mie mani la gradevole morbidezza dei tessuti, ne percepisco la differente composizione delle fibre grazie al mio olfatto straordinario che coglie l’odore di ciascun tipo di stoffa, mi lascio incantare dai colori, accostati in un guazzabuglio di cromie che crea un contrasto visivo di impatto fortissimo.

Non sono qui per ordinare o ritirare degli abiti, sono qui perché voglio vedere come fanno le cose che vedo, voglio imparare.
La sartina mi aspettava e mi invita ad attendere perché qualcuno sta venendo a prendermi per condurmi nel laboratorio dove lavorano. Nell’ attesa tocco, annuso, guardo tutto quello che mi capita a tiro.
Quando arriva il ragazzo che dovrà guidarmi nelle due ore successive capisco che e’ il marito della sartina, che non dice una parola di inglese e che mi porterà nella loro abitazione che funge anche da laboratorio. Sento che dovrei avere paura, che forse non dovrei fidarmi a rimanere sola con uno sconosciuto dentro una casa, ma supero questa titubanza immediatamente perché, mi dico, non si e’ mai sentito di un cinese che ha stuprato e ucciso un occidentale. E poi le facce bonarie e sorridenti di marito e moglie mi rassicurano.
Senza dire una parola ci avviamo: il sartino va avanti, io lo seguo dietro di un passo. Ci lasciamo alle spalle il palazzone di Fabric, imbocchiamo una via secondaria dove le case si fanno più basse e si vedono camminare solo cinesi. Dobbiamo essere una strana coppia, perché la gente ci guarda con un certo sospetto e si lascia sfuggire una smorfia di perplessità.Superato un incrocio tra due grandi strade, continuiamo a procedere diritto e mi accorgo che ai nostri lati si ergono due grandi edifici, differenti dagli altri.

Guardo meglio:ci sono delle ambulanze parcheggiate in strada, un gabbiotto in vetro per l’accettazione, omini in camice che stazionano vicino alle porte. E’ un ospedale. Il mio accompagnatore si ferma ed io accanto a lui. Non possiamo procedere perché stanno trasportando dei malati da un padiglione all’altro. Gli infermieri con le barelle ci passano così vicini che non posso fare a meno di guardare: sul lettino giace un uomo molto anziano. Ha la bocca aperta da cui spuntano pochi denti, gli occhi immobili rivolti al cielo, un colorito giallastro.

Penso che sia in fin di vita e che lo stiano trasportando al reparto rianimazione.
Guardo meglio. Una mano completamente inerte pende al lato della barella. Capisco che e’ morto e che sta per essere trasferito all’obitorio. Distolgo lo sguardo, fisso gli occhi sui miei piedi. Non avevo previsto un incontro con la morte.

Il sartino riprende a camminare, lo seguo ripristinando la distanza di un passo. Svoltiamo a sinistra e vedo subito una fila di case basse susseguirsi sul lato da cui abbiamo girato. I grattacieli sono lontani dal nostro orizzonte, come sono lontani i colori di Fabric e i rumori di una città in continuo movimento.

 

* Ci introduciamo in una porta stretta direttamente dal piano terra. Mi investe un odore acre di cibo, pipì e sporcizia. E’ buio. Seguo il mio accompagnatore per una scala stretta e ripida. Devo fare attenzione a non cadere, ma non posso tenermi dal corrimano perche e’ coperto da uno spesso velluto di polvere condensata. Appoggio la mano destra sul muro, cercando di non perdere l’equilibrio. Finita la rampa, proseguiamo per un corridoio stretto come un budello ai cui lati ci sono delle rudimentali cucine in muratura piene di pentole pronte all’uso. Sul pavimento, abbandonati come capita, recipienti di plastica di diverse misure intralciano il passaggio. Saltello per evitare di pestarli. Altra rampa di scale ripidissime. Svoltiamo a destra ed entriamo in un ambiente cucina più grande di quelli lungo i corridoi. Lo spazio laboratorio e’ separato dalla cucina da un tramezzo. Il sartino avvia una ventola per il ricambio d’aria. La temperatura fuori e’ di 35 gradi con il 90 % di umidità. Ci sono tre macchine da cucire vecchio modello a pedale, un grande tavolo con sopra un ferro da stiro e attrezzi del mestiere, rotoli di stoffa ammonticchiati qui e là e tre sgabelli di legno. Il pavimento è cosparso da ritagli di stoffa e sporcizia, il soffitto scrostato lascia intravedere l’intelaiatura interna della costruzione. Le uniche due finestre dell’ambiente sono coperte da una zanzariera sporchissima e non lasciano filtrare né luce né aria. Potrebbero anche non esserci.

 

Il sartino mi fa cenno di sedermi e mi abbandono su uno dei tre sgabellini a disposizione. Prende un pezzo di stoffa avana, lo piega in due e mi mostra come fare delle cuciture diritte. Prendo il suo posto davanti alla macchina da cucire e mi accingo a fare quanto richiesto: non controllo la velocità del pedale e la stoffa mi sfugge di qua e di là. Ripeto l’operazione tante volte e piano piano riesco a calibrare la pressione da esercitare sul pedale e mantenere il dritto filo. Viene fuori un pezzo di stoffa avana doppio, con cuciture irregolari azzurre che vanno a formare un disegno caotico, ma non del tutto privo di senso. Penso che con quella stoffa verrebbe fuori un corpetto senza bretelle di gusto nipponico e incredibilmente minimal chic. Cerco di farlo capire al mio maestro , mettendo la pezza attorno al torace e aggiustandola come fosse un indumento. Mi guarda disgustato, scuote la testa con decisione e mi leva la pezza dalle mani gettandola in una specie di cesto dei rifiuti. Prende un altro brandello di tessuto viola, cuce tutt` intorno il margine del rettangolo e mi invita a fare lo stesso esercizio con cuciture concentriche verso l’interno. Obbedisco senza replicare. Prima di iniziare questo secondo lavoro, in assenza del rumore della macchina da cucire, sento qualcosa di molesto che insidia le mie orecchie. Uno squittio o forse il cigolio di una porta sul retro? Non voglio credere che stia condividendo lo spazio con un roditore, non posso pensare di abbassare lo sguardo e vedere un topo che gironzola indisturbato vicino a me.

Smetto di guardarmi intorno e riprendo a cucire.

Il mio maestro mi osserva soddisfatto perché nel frattempo ho preso dimestichezza con la macchina e riesco a eseguire il lavoro senza troppi intoppi. O forse è la paura che mi induce alla concentrazione, non so. Potrei confezionare un abito da sposa in questo momento, senza l’aiuto di nessuno. Parlo da sola ad alta voce, in dialetto, mi maledico perché sono lì, mi do della pazza e poi maledico i topi che infestano il pianeta ed enumero le mie fobie maledicendo pure quelle. Il sartino mi osserva procedere con una sicurezza ritrovata e sorride sentendomi parlare da sola.
Finito il lavoro la pezza viola finisce nel solito cesto e si comincia un altro esercizio su un altro tessuto. Eseguo diligente, come solo io so essere quando mi metto di impegno e come il terrore mi induce a fare.
Dopo due ore sono stremata. Con l’aiuto del mio dizionarietto spiego che devo andare via, che si è fatto tardi. Il maestro mi fa strada percorrendo a ritroso il tragitto dell’andata. Prima di imboccare la rampa di scale per scendere giù, in una specie di pianerottolo semi illuminato, scorgo l’ ombra di un animale sgusciare fuori da dietro una porta. Eccolo, mi dico. Il ratto schifoso è lì, il mio udito non mi aveva ingannato.
Invece di essere colta dal panico e di affrettare il passo, mi fermo. Lo voglio vedere questo topo. Faccio capolino, indietreggio muovendo solo il busto perché voglio lasciare i piedi in posizione di fuga. Strizzo gli occhi e guardo, con un sentimento altalenante tra repulsione e attrazione. Scorgo una coda pelosa e delle zampette paffute: é un gatto grigio tigrato che si é steso placido ai piedi di una delle cucine in muratura che costeggiano i corridoi. Alla mia vista tira su la testa e mi fissa incuriosito. Ridivento morbida, abbandono le braccia lungo i fianchi, ritrovo una leggerezza perduta e riprendo il cammino.

Uscendo dallo stabile mi investe un’ondata di luce e calore. Solo adesso mi rendo conto di avere passato le ultime due ore in altro mondo fatto di povertà, buio, duro lavoro, sporcizia e forse anche paura. Saluto il sartino paziente, cercando di mostrargli la mia riconoscenza con piccoli inchini ripetuti e un grande sorriso. Di fronte all’ospedale trovo subito un taxi. Mostro al tassista il biglietto con l’indirizzo di casa e mi accascio sul sedile posteriore. In breve mi ritrovo in mezzo ai grattacieli, e al traffico di una Shanghai rutilante, che sembra una metropoli del futuro, dove tutto è grande, accogliente e luminoso.
Sono senza forze.
Inizia a piovere.
Quando scendo dal taxi, gocce calde mi bagnano il viso e le braccia come fossero delle carezze inaspettate.
Non affretto il passo.
L’incontro con la morte e la povertà mi ha fatto venire una indicibile voglia di prendermi cura di me.
Ogni goccia una carezza.
Chi mi aspetta può attendere.

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