16 Ott 2010
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Aldo Tromba

 Foto e Testo
di Aldo Tromba

già in Wag Mag edito da Dogshill

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In Galleria il pubblico si spellava le mani,ci ricopriva d’applausi. Le mie mani stringevano forte quelle di chi mi stava accanto. Continuavo ad inchinarmi,erano scatti nervosi più che inchini e sorridevo a tutta bocca guardando il pubblico che non si preoccupava di rovinare i propri abiti pur di avvicinarsi al palco per celebrarci. La sicurezza doveva tener lontani gli ammiratori e verso di noi venivano lanciati petali di rosa. Il sipario si chiudeva,ma doveva essere subito riaperto perché il pubblico voleva tributarci tutti gli onori. I flash rendevano la platea 
un firmamento in cui si stagliavano centinaia di stelle cadenti che bruciavano la loro esistenza in pochi attimi. Io le guardavo ed esprimevo un unico desiderio: che questo momento non terminasse mai. Quando hai espresso tutta te stessa, quando riesci a tramutare ogni tua esperienza in un gesto del corpo, quando questo gesto riesce a raccontarti al pubblico, allora hai danzato e il pubblico ti applaudirà e felice urlerà il tuo nome!

“Irasema! Irasemaaa!!”

“Cosa c’è, cosa succede?” rispondo trasalendo.
“Stanno pestando Pancho, della numero 29” mi risponde Tep, cercando di riprendere fiato.
Corro verso la baracca 29, è così tutti i giorni a Tepito, otto aggressioni al giorno e questo solo nella mia zona. La Zona 1 a nordest.
Sono nella polizia da tre anni, da quando ne avevo 20. Faccio parte del primo reparto di Città del Messico, quello dello Zocalo, ma soprattutto faccio parte dell’ultima generazione di poliziotti messicani. Prima di noi, per entrare in polizia non era necessario avere una fedina penale pulita, anzi spesso i poliziotti venivano scelti tra chi aveva precedenti, per toglierli dalla strada e soprattutto perchè erano tra i pochi ad avere il coraggio di fare un lavoro del genere in Messico. Adesso prima di sceglierti, una signora ti fa tante domande, cose strane tipo se mi piacciono i fiori o se amo mio padre e se lui ama me ed in che modo mi ama! Ma che domande sono e cos’hanno a che fare con il poter essere poliziotto?! Oggi in Messico tutti i poliziotti amano i fiori ed i loro genitori, e si pensa che questo basti a sconfiggere la corruzione. Il mio turno comincia sempre alle sei e finisce alle venti, Oltre è impossibile rimanere dentro Tepito, anche per l’esercito.

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*

I turni si fanno sempre in coppia, ma io ho Ulisse, pelo fulvo, taglia grande. Un pastore Maremmano di 54 chili. È stato portato in centrale da Marco, un italiano buono, al momento del suo ritorno in Italia.
“Perchè possa fare il bene che io non ho fatto in Messico” diceva.
 Marco è un artista. Nel suo paese è famoso. Qui viveva vendendo “collari d’artista” per i cani dei ricchi turisti U.S.A. . Il resto del tempo lo passava passeggiando nudo sulla spiaggia di Zipolite, con scritto sull’uccello “AIUTA IL PROSSIMO TUO”. Ripeteva continuamente di aver dovuto lasciare il suo paese in seguito ad una sua dichiarazione pubblica:
“Sono grato a mio padre per le sue bestemmie, perché hanno fatto di me l’uomo che sono”.

Adesso sembra che qualcosa sia cambiato in Italia o forse è stata solo la sua nostalgia a farlo tornare.
Ho avuto modo di conoscere Marco durante l’addestramento di Ulisse. Per un intero mese continuò a presentarsi tutti i giorni al campo di addestramento, osservandoci dalle recinzioni. Lo feci venire a seguire l’addestramento da vicino.

Continua ancora a ringraziarmi per questo, adora quel cane. Secondo Marco i cani sono reattori di emozioni, secondo lui nei cani si accumulano e crescono tutte le emozioni delle persone che li circondano, e ad un certo punto esplodono contagiando l’aria di miasmi emotivi. Lui pensa ai cani come esseri che non appartengono, ma che devono semplicemente condividere la propria esistenza con quella di tanti altri esseri, uomini o altro che siano, per poter diffondere nell’aria le emozioni. Le sue teorie avevano reso quei giorni solitari, i colleghi lo evitavano o lo prendevano in giro. A me divertiva il suo modo di raccontare, non so se credergli, ma il Messico è pieno di cani, li trovi ovunque e soprattutto in mezzo ai messicani. A casa mia siamo sette fratelli e nove cani. Arrivano dal nulla, un giorno apri la porta per andare a lavorare e li trovi lì. Non c’è messicano che non condivida la propria vita con i cani e mai con uno solo. Marco sosteneva che nel suo paese non era così. Che era strano vedere un cane per strada se non al guinzaglio. In Italia i cani devono avere un padrone altrimenti possono essere pericolosi. In Italia i cani sono spesso arrabbiati, forse perché sono queste le emozioni che raccattano dagli italiani. Ulisse non sembra proprio il cane ripieno di emozioni di cui parla Marco. E’ l’essere più apatico che conosca. In più è sordo, cieco ed ha una forte artrosi alle zampe posteriori. In centrale devo nascondere i suoi handicap altrimenti verrebbe soppresso. Lui ha imparato a starmi a fianco seguendo il mio odore ed io gli ho insegnato qualche trucchetto che lo faccia sembrare un cane poliziotto efficiente. Gli ho insegnato ad abbaiare quando sente le vibrazioni dei miei tacchi che sbattono o di puntare in funzione di come tiro il collare. Il problema è che quando ascolta la musica, o meglio le vibrazioni provocate da questa, inizia ad abbaiare seguendo il ritmo, e diventa fastidioso soprattutto con l’hip-hop di Cartel de Santa ma le sue abbaiate si fondono perfettamente con il soul di Lhasa! Ulisse ha una caratteristica assolutamente speciale che lo rende unico.
Parla!
O meglio ripete due cose a comando. La frase guida dei Cristo-animisti: “Dio è in ogni cosa” e “in nome del cielo fermi tutti…” e lì giù una bestemmia. Può ripeterlo all’infinito in modo atono, con un accento straniero.
Questa dote non è che abbia molti utilizzi, ma per me è di grande aiuto. Immagina di essere un delinquente che viene sorpreso nell’atto di commettere qualcosa di illegale. Vieni colto in flagrante dalla polizia, tra te e la libertà c’è solo una minuta donna poliziotto e un grosso cane spelacchiato. Il panico ma anche la ragione, ti urlano da dietro la spalla
“scappa, scappa !!” e tu lo faresti se ad un tratto quel cane, puntandoti non dicesse “Dio è in ogni cosa” o invocando il cielo, t’ intimasse di fermarti e per dare forza a quest’ordine lo suggellasse con una gran bestemmia. Queste frasi sono la cosa più intimidatoria che abbia mai sentito. I teppisti che le hanno ascoltate sono rimasti inebetiti il tempo necessario affinché io li potessi ammanettare. Le bande degli Oaxaqueños ascoltandole hanno pianto seguendoci in centrale come degli agnellini. Chiunque le ascolti rimane paralizzato per qualche secondo, poi si riprende ma se Ulisse ripete, strabuzza gli occhi e si immobilizza nuovamente. Altri reagiscono urlando terrorizzati, altri si guardano attorno cercando di scoprire il trucco, e sempre mi danno il tempo di sopraffarli. Alla baracca 29 troviamo una rissa. I pestatori appartengono alla categoria che io definisco dei credenti, ovvero quelli che piangono e pregano quando ascoltano le parole di Ulisse. Li lascio ad accendere ceri ed a pregare per lo spirito di Ulisse ed intanto verifico le condizioni di Pancho,è messo male.

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**

“Cos’è successo?”
“Sono stati i cavalieri di Nostra Señora Muerte, hanno detto che ho accompagnato uno straniero dalla Señora e che mi avrebbero ucciso per questo”.
La baracca 37, al centro del “Libero Stato di Tepito” è il luogo di culto dei Tepiteñi. In questa baracca dalle lamiere attorcigliate su se stesse, i fedeli vengono a chiedere grazie ed a portare doni.
Io personalmente non credo in Dio, nei miracoli, nei santi o in ogni altra cosa mistica.
Io credo in Don King! Nella mia famiglia abbiamo tutti degli idoli un pò particolari: mio cugino crede nel calcio volante di Chuck Norris.
Mia nonna ci ha insegnato che l’importante è credere, non in cosa si crede. Vidi per la prima volta Don King ad un combattimento di galli. Il palenque era piccolo, di periferia, si trovava in un paesino fatto di polvere e piscio di cane e lui era lì, nel centro del Messico, al centro del paesino sperduto, al centro del palenque che parlava alla gente. Ero in incognito, dovevo accertare le voci su scommesse truccate, ma dal momento in cui lo vidi non riuscii a staccare occhi ed orecchie da lui. Era alto, grasso, pelle nera pece, bocca e naso enormi, indossava una lunga tunica gialla con disegni di uomini che con le proprie lance cacciavano leoni. I suoi capelli erano tutti diritti verso il cielo, lunghi ed arrampicati verso l’alto. Lui era uno degli organizzatori di quella riunione, si stava lamentando perché il sindaco aveva tentato di fare annullare tutto. Venuto a sapere dei nostri controlli, aveva paura che scoprissimo che mangiava anche lui in quel piatto sporco. Incitava così la gente: “Siamo bloccati dalle avversità, ma come diceva Shakespeare, sono dolci i vantaggi dell’avversità, sono proprio come il rospo, orrendo, velenoso, che però porta in testa un gioiello prezioso”. Tra quelle persone molte non parlavano neppure lo spagnolo, tra loro la gran parte si esprimeva nella lingua indigena, eppure mentre Don parlava con foga, gesticolando, urlando, ridendo a squarciagola, passando le mani tra i capelli di bambini e sfiorando il viso di anziane signore, il silenzio era caduto sul palenque. Tutti assorti,me compresa, ad ascoltare quest’uomo che parlava in una lingua incomprensibile che poi scoprii essere l’inglese. Era un gringo, ma diverso dagli altri che vengono quì, questo aveva la pelle nera, parlava la loro lingua, ma usava il nostro linguaggio.

messico4Solo dopo la fine del discorso mi fece tradurre le sue parole, anche se ero già certa di aver capito tutto, da un tipo che aveva vissuto per qualche anno da clandestino negli Stati Uniti. C’era arrivato, mi disse, facendosi sparare da un cannone oltre il confine. Don King era incazzato con il potere e gliele stava cantando.
Disse così “Signori, nobili discendenti di antichi popoli, ci stanno usando. Noi saremo importanti per loro solo finché serviremo a qualcosa. Dopo ci butteranno via. Sono uno di voi, so cosa significa sentirsi a disagio, so cosa vuole dire vivere con i topi in una baracca uno sopra l’altro. Sono appena uscito da prigione ed il paese che ha sradicato la mia famiglia dalla nostra terra oggi non vuole saperne di
me. Ed io cosa gli dico?! IO non voglio saperne di voi! Non mi importa delle vostre grandi arene sportive, non mi importa dei vostri sporchi giochi, non mi importa dei vostri soldi. Non lasciamo che il denaro finisca sempre nelle loro tasche e sparisca. Facciamogli vedere la luce del sole perché germogli e dia frutti! Signori, scommettete sui nostri galli, allevati seriamente e disposti a combattere fino alla morte per voi!”
Era il primo combattimento che vedessi in vita mia. Uno dei galli mise a segno un colpo di navaja, una lama ad uncino legata alla zampa sinistra dei galli quando combattono, il gallo ferito stramazzò al suolo. Don King raccolse il suo gallo da terra, prese il collo ormai senza forze, gli sollevò la testa e s’infilò il becco in bocca. Succhiò con forza e poi sputò in aria tutto il sangue che occludeva le vie respiratorie del gallo. Prese quel piccolo sospiro di vita che c’era ancora nel cuore del gallo e lo risucchiò fuori. Gli tirò più volte le piume del culo e lo lanciò nuovamente verso la morte, non si poteva non obbedire ad un suo ordine. Da allora lo seguii a tutti gli incontri fino al giorno in cui sparì. Oggi in casa mia c’è un piccolo altare in sua memoria e la sua foto sul cruscotto a proteggermi ed indicarmi la via. Si dice che lui abbia visitato l’altare della Nostra Señora Muerte, e lui non solo non è Tepiteño, non è neppure messicano! La baracca-tempio della Nostra Señora Muerte è color turchese, ornata da centinaia di fiori finti e tutto attorno tanti piccoli altari con la sua statua, uno scheletro vestito
da vergine. Pancho se l’è vista brutta ma grazie all’intervento di Ulisse si è salvato, almeno per questa volta. Non è una bella cosa avere contro i Tepiteñi. Dentro Tepito, tutti quei disperati, vagabondi, delinquenti da due soldi acquistano una forza incredibile. E’ come se le loro voci insieme divenissero un unico fragoroso, potente urlo devastante. Alcuni di loro vivono tra una baracca e l’altra o dormono sui tetti, alcuni di loro in tutta la vita non hanno mai messo piede fuori di Tepito, ma sono avidi di informazioni su quanto succede fuori. Per questo accolgono volentieri vagabondi, uomini semplici, che raccontino con occhi simili ai loro.

***

Qui non c’è più niente da fare. Torno al mio punto di osservazione preferito: Plaza della Danza. Tepito è diviso in quattro grandi aree definite dall’appartenenza ad una famiglia piuttosto che ad un’altra… In queste grandi famiglie fatte di zie, nipoti, cugini, nonni, cani ci si specializza nel commercio di qualcosa in determinati tipi di artigianato. La Zona 1 ad esempio è detta El Caytan, dal nome della famiglia che lì lavora e vive. C’è un ulteriore divisione in 16 aree in base alla merce trattata ed alle famiglie d’appartenenza. Per cui si dirà: el Caytan de los carniceros, per indicare quella parte della zona in cui vive e lavora quella parte della famiglia Caytan che pratica l’arte del macello. A Tepito, ogni cosa è legata strettamente ai suoi figli, è come se mercato e persone fossero la stessa cosa. Plaza della Danza si trova nell’Area 8, de los Calvini- Zapatistas. I Tepiteñi la chiamano così perché la famiglia Goncalves è da sempre sostenitrice di Mario Calvino e delle sue idee socio-politiche sullo sfruttamento delle terre. Mi chiedo come queste idee possano essere arrivate alle orecchie dei Goncalves e come le abbiano interpretate…messico5 Il nome Zapatistas deriva da un gioco di parole tra i loro convincimenti politici e la loro

professione di calzolai. La piazza è grande. Al centro, le donne che vengono dai paesi del versante nord della montagna (le uniche non di Tepito a cui sia permesso commerciare al suo interno) stendono le loro vecchie cerate e dispongono le scarpe, spesso spaiate o magari il paio ha numero diversi. Alle loro spalle le baracche, dal numero 127 al numero 162 tutte arrugginite, le grondaie che perdono o pendono dai tetti, i marciapiedi umidi e puzzolenti, tanto da riempirmi le narici. Ma è dentro le baracche che lo spettacolo da indecoroso si tramuta in straordinario. Migliaia di scarpe e tutte da danza. Esposte come preziosi gioielli, su piccoli piedistalli, appese a fili che scendono dal tetto, infilate ai piedi di manichini a cui manca il manichino. C’è una tenda in cui è esposta una Virgen de Guadalupe fatta di cartapesta a dimensioni naturali ed ogni settimana indossa un paio di scarpe diverso. Questa settimana sono delle zapatos de tango. Quando i soldi per la gasolina non bastano, una tenda viene illuminata dalle candele, centinaia, e sembra di essere in teatro…

Alla Plaza della Danza puoi trovare qualunque scarpa da ballo tu cerchi. Da tip-tap, classica, twist, salsa, foxtrot, tango, merengue, tutto! Ma non finisce quì. Puoi scegliere tra mille varianti: tacco arretrato, alto, basso, largo, stretto, a rocchetto. Punta morbida, in pelle o di gomma, piatta o arrotondata. Questa sconfinata esposizione di scarpe anche dentro queste baracche malandate sembra splendere. Durante le mie guardie, immobile in divisa, con Ulisse a fianco, il giubbino anti-proiettile, la pistola, lo sfollagente ed i miei anfibi da assalto, osservo le scarpe esposte, così diverse dalle mie, una per una. Scrupolosamente vaglio le caratteristiche di una e dell’altra e scelgo proprio come se dovessi indossarle. Le provo “ forse serve mezzo numero più grande, questa stringe al tallone, questa potrebbe andare bene ma la pelle deve essere bagnata nel latte e messa in forma per calzare perfetta. Ok questa verde è perfetta”.

Ho scelto, le indosso, posso andare in scena. Sono emozionata. Mi sporgo dal sipario, platea e galleria sono piene, ho il cuore colmo, il sipario si alza ed io finalmente danzo.

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