17 Nov 2010
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Mia Labate

 di Mia Labate

Mi è stato chiesto di scrivere cosa la fotografia rappresenti per me, giovane fotografa, e quello che sto per scrivere è una sorta di elenco (oppure, se preferite, uno sproloquio disordinato).

Innanzitutto essa si srotola inconsapevolmente e in modo magnifico davanti a me. Esiste dall’istante in cui il mondo ha iniziato ad essere e gl’occhi dell’uomo hanno preso ad amarlo. Esiste e basta senza che io possa far nient’altro che permetterle di trascinarmi.

Ma è anche movimento e realtà in divenire. Plasmo forme, creo nuove figure, persone, scelgo.
Un momento è creazione dal nulla, dunque, quello dopo rincorsa e accettazione.

È anche utero. Il ritrovamento di una mia esclusiva e personalissima dimensione in cui poter essere quel che sono e, talvolta, quel che neanch’io so ancora di essere.
Infine rappresenta rabbia e riscatto. Un modo per urlare.

Facendo, poi, una ricerca sul web per trarre ispirazione, mi sono imbattuta in una serie di termini correlati (non so da quale logica) alla parola fotografia e il più significativo mi è sembrato frac. Ecco, per me essa è il frac che indosso quando giunge mezzanotte e si spengono i rumori.

Mi fa essere mago, cane, individuo, pianta, attore.
In sintesi lo scatto un’azione in cui esprimere ogni passione che mi rende viva; un’azione sentimentale.

Avrei dovuto parlare di fotografia di viaggio, ma cos’è che m’impedisce di considerare viaggio questo spostarmi da ferma?

bonne nuit bonne nuit bonne nuit bonne nuit buonanotte

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