17 Ott 2010
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 di Sandra Lombardo

già in Calabria Sconosciuta (1987)
foto di Joseph Moricca e Maurizio Mangiola

 “Correva fino a qualche anno fa la voce che nessun uomo avesse mai valicato l’Aspromonte da un versante all’altro e, vera o falsa, attuale o superata che sia la notizia, ciò è senz’altro sufficiente a dare un’idea dell’asprezza selvaggia di questa montagna”.

 

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E’ stata questa frase, letta su un libro di Fulco Pratesi, a stimolare ancora una volta la sete di avventura e conoscenza di alcuni soci di “Gente in Aspromonte”. JONTI ’87 è stata la sfida lanciata all’Aspromonte per riuscire a valicarlo da un versante all’altro partendo dal Mar Jonio per giungere fino al Mar Tirreno. La scelta della strada da percorrere non poteva non ricadere sulle fiumare, vie di penetrazione verso l’interno utilizzate per millenni da pastori e contadini. Così quasi a voler completare la spedizione dello scorso anno nella quale tra gruppi di escursionisti avevano risalito le fiumare di Amendolea, Bonamico, La Verde, per poi ritrovarsi dopo quattro giorni di cammino a Montalto, luogo che da origine alle fiumare prescelte, è stata ideata dall’Associazione escursionistica “Gente in Aspromonte”, la spedizione JONTI ’87.        

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Il percorso è stato così individuato dalla foce della La Verde, risalita dal versante jonico sino a Materazzelli nel cuore dell’Aspromonte. Da qui discesa attraverso il torrente Favazzina ed arrivo a Scilla sul Mar Tirreno.
La vigilia della partenza era stata estremamente movimentata, sia dall’impegno per organizzare ogni aspetto della spedizione sia dall’alto numero di defezioni: su 12 soci che avrebbero dovuto partecipare solo in 7 saremmo effettivamente partiti. Così finalmente fra qualche dubbio e un po’ di timore riusciamo a partire i primi del mese di agosto.Valicare l’Aspromonte a piedi da un versante all’altro seguendo il percorso delle fiumare significa ore ed ore di estenuante e faticoso cammino tra rovi, pietre ed acqua, accontentandosi spesso di seguire difficoltosi sentirei tracciati appena dal passaggio di greggi. La fiumara La Verde tuttavia è senz’altro la più bella e suggestiva tra quelle che sfociano nel Mar Jonio e ciò avrebbe ampiamente ripagato la fatica.Dopo una breve sosta a Samo per riempire d’acqua le borracce, essendo il primo tratto della fiumara asciutto, ci avviammo.
La prima difficoltà si presentò dinanzi all’imponente briglia incontrata a soli dieci minuti di cammino dove fu necessario usare le corde per far passare zaini e persone. Per tutto il tratto della risalita della La Verde non trovammo altre difficoltà. Il paesaggio si presentava inizialmente omogeneo, fino all’arrivo alle splendide gole, formate da pareti verticali di oltre 100 metri. Ciò dava un’idea dell’immane forza erosiva dall’acqua della fiumara che nel corso dei millenni ha trovato una sua strada tortuosa per giungere sino al mare. Le gole continuavano restringendosi sempre di più, quando cominciammo a seguire l’Aposcipo (affluente della La Verde). Dovevamo immergerci continuamente nell’acqua, grossi pietroni ostruivano il passaggio e rallentavano il ritmo del cammino. L’orografia diventava molto più varia, canyons dalle pareti a strapiombo sembravano rimpicciolire le nostre figure risucchiandoci nelle viscere della montagna. Ardua diventava la possibilità di trovare tra massi e rocce una benché minima spiaggetta dove poter pernottare. Prima di sera riuscimmo ad individuare uno spazio dove avremmo montato la tenda, a pochi centimetri dall’acqua, per sostare la prima notte. Tra le emozioni della giornata ed il rombo assordante del torrente, quasi nessuno riuscì a dormire.

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Il secondo giorno,subito dopo la partenza, la prima difficoltà fu quella di attraversare due profonde conche d’acqua dentro le quali da ambo i lati affluivano due splendide cascate.aspr.2-1Trasportammo gli zaini su un canottino mentre noi fummo costretti a fare due gelidi bagni. Le difficoltà maggiori le incontrammo quando, per aggirare le cascate, ci ritrovammo a superare pendii franosi e cosi instabili da non offrire alcun appiglio sicuro. Il percorso diventava sempre più difficoltoso e risalire il torrente non era certamente facile, anzi salendo di quota aumentavano le occasioni in cui si doveva ricorrere all’uso d’imbragature e corde per superare le ripide pareti. Il rumore e il contatto con I’acqua restavano una compagnia costante. Il mattino dopo il passo di marcia continuava ad essere cadenzato quasi ritmicamente da un continuo guadare, immergendosi completamente nelle gelide acque dell’Aposcipo, per poi legarsi alle corde e inerpicarsi nelle salite più audaci.

Non sembrava vero essere arrivati al punto in cui si sarebbe dovuto abbandonare il torrente e risalirne bruscamente un versante per almeno 500 metri. La salita, sotto I’abbacinante sole di agosto si rivelò estremamente faticosa, alleviata in parte dal persistente profumo delle gialle ginestre fiorite.Giungemmo cosi ai piani di Canovai a circa 1400 metri, dove era stato sistemato da altri soci un campo base. Tale sosta era già stata programmata nella fase organizzativa della spedizione, infatti i nostri amici avevano preparato il materiale necessario (provviste, carte topografiche, indumenti, ecc.) per i restanti quattro giorni di cammino. In questo modo si era potuto evitare il trasporto di un peso maggiore durante la risalita. La prima tappa era finalmente raggiunta e ciò alleggeriva senz’altro la stanchezza accumulata durante i primi tre giorni. La permanenza al campo base non fu di tutto riposo infatti la notte ricevemmo, la visita di un grosso cinghiale che, attratto dalle nostre provviste, riuscì a divorare impunemente ben 7 kg di pane. Il giorno seguente organizzammo una breve escursione, per documentare attraverso un filmato e delle fotografie le cascate D’Agostino formate dal torrente Aposcipo.

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Le più belle cascate d’Aspromonte erano raggiungibili solo scendendo da Canovai, in quanto seguendo il normale corso della fiumara, cioè da valle, si incontravano ostacoli insormontabili.Complessivamente tale sosta non si poté considerare opportuna, poiché il contatto con le sia pur minime comodità, contribuì a rimuovere repentinamente lo spirito di adattamento alla vita estremamente dura e spartana dei tre giorni precedenti. In compenso ci rese consapevoli dello spirito di solidarietà e di quel feeling comunicativo che si era stabilito tra noi durante i momenti sia difficili che piacevoli della risalita. Così, dopo aver pernottato per due notti al campo base, la mattina di buon’ora si ripartì. Purtroppo Roberto, fotografo della spedizione, non poté proseguire perché durante la risalita aveva subito un incidente al ginocchio che gli impediva di camminare.

aspr3-1Dopo il riposo, la difficoltà maggiore era quella di riabituarsi a portare uno zaino di circa 15 Kg ma il paesaggio estremamente vano e frondoso, i sentieri che attraversavano boschi dai vellutati profumi distraevano il pensiero dalle fatica ed il continuo guardarsi attorno, forse anche un po’ stupiti e curiosi, alleggeriva il pesante fardello.Dopo ore di cammino si raggiunse Materazzelli che, con i suoi 1852 metri, rappresenta lo spartiacque tra i due mari. La tappa successiva fu Montalto, vetta dell’Aspromonte. Era unico e grandioso il panorama che si poteva ammirare da lassù, si vedevano chiaramente sia il Mar Jonio che il Tirreno, rispettivamente partenza ed arrivo della spedizione JONTI. Adesso era previsto un percorso decisamente in discesa, ciò rendeva esuberante lo spirito del gruppo certo di trovare minori difficoltà. Una certezza che comincio a vacillare ben presto. Il sentiero da percorrere era bellissimo, boschi ricchi di vegetazione ombreggiavano il cammino, ad occhi attenti non poteva sfuggire tra i faggi e gli abeti scorci di un panorama irripetibile. Grazie ad un cielo particolarmente terso ci riusciva facile vedere lo stretto di Messina e le isole Eolie. Il versante tirrenico si presentava senza dubbio più verdeggiante, a causa delle maggiori precipitazioni atmosferiche, essendo favorita dall’impalcatura orografica dell’Aspromonte, la condensazione dei venti umidi di origine atlantica. Proseguendo di buon passo raggiungemmo il grazioso laghetto di Rumia. Da qui i fianchi del massiccio scendevano verso il mare con pendenze più accentuate, interrotti da varie gradinate che per la loro configurazione sono dette “piani” o anche ” campi “.

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Questi alti gradini succedendosi verso il basso, formano ampie distese pianeggianti sulla costa del monte, come degli immensi balconi che si affacciano sul mare. Un altro dei molteplici e vari aspetti che solo I’Aspromonte riesce ad offrire a chi impara a conoscerlo. Dopo la fatica dei giorni precedenti tutto sembrava essere diventato più facile. Il torrente Favazzina si presentava come un rigagnolo d’acqua che attraversava il bosco, percorrerlo era davvero un piacere. Dopo circa un’ora di cammino rivelò la sua vera natura: si doveva camminare immersi nelle felci. Sentieri diradavano sempre di più e, dopo molte ore ci si rese conto che nonostante le continue salite, discese e cambiamenti di direzione si era riusciti a spostarsi solo di pochi chilometri. Il mattino dopo, grazie alle indicazioni di un massaro, individuammo un sentiero che costeggiava, il torrente. Lo seguimmo procedendo spediti ma il sentiero diveniva una traccia sempre più esile fin quando scomparve completamente. Bisognò necessariamente aprirsi la strada tra un groviglio di rovi, spine ed ortiche.

SFile0555ovente all’istintiva curiosità ed entusiasmo che fino a quel momento erano stati di stimolo a proseguire, subentrava uno stato d’animo di sconforto e, sembrava che non si sarebbe mai più riusciti ad uscire da quelle zone. Dopo molte ore di duro cammino finalmente, si materializzò davanti agli occhi una strada sterrata che alleviò di molto la fatica e nei pressi della quale ci accampammo per l’ultima sosta serale. Il mattino del settimo giorno ci trovò stanchi e malconci ma di ottimo umore per la meta ormai prossima. Seguimmo quindi la strada che conduceva fino a Melìa. L’ingresso al paese diventava il primo punto di contatto con la civiltà, gli abitanti osservavano stupiti il nostro passaggio, chiedendoci ripetutamente il perché di un’impresa cosi faticosa e difficile, ricevendo motivazioni incomprensibili ad una logica utilitaristica che abbina la fatica soltanto al guadagno o ad un immediato interesse economico. Da Melìa si prese il suggestivo sentiero delle “‘ngone “, termine che deriva probabilmente da icone per le numerose edicole con immagini sacre poste lungo il cammino e che un tempo rappresentava l’unica strada per congiungere il mare alla montagna. Dal sentiero, uno dei pochi in selciato, purtroppo in completo abbandono, era possibile intravedere attraverso la vegetazione Messina che, sembrava toccare con le sue case la costa calabrese, ma quello che più calamitava la nostra attenzione era Scilla, piccola perla del Mar Tirreno completamente protesa sul mare, con il suo castello quasi posto a guardia dell’incantevole Chianalea, quartiere di pescatori con le sue antiche case costruite sull’acqua.

aspr-uUn’altra piccola sosta sembrava d’obbligo prima di abbandonare il sentiero per fermarsi all’edicola di S. Giovanni ancora conservata e frequentata dai fedeli, visto i numerosi lumini sistemati vicino all’immagine del Santo. Un tempo le ‘ngone venivano utilizzate dai contadini e dai viandanti nei loro spostamenti come luoghi di riparo e di riposo, anche per quell’occasione riuscirono ad esercitare la loro funzione. Proseguendo lungo il sentiero raggiungemmo Scilla, ultima tappa di questo strano viaggio. Un viaggio a piedi, attraverso difficoltà che un tempo e forse ancora oggi sono quotidiane ai pastori calabresi; un viaggio tra i rovi, le spine ed i sassi, per scoprire e conservare nella memoria il ricordo che il tempo riuscirà sicuramente ad ammorbidire, di luoghi difficili da vedere, perché reconditi ed inaccessibili.Proprio perché inaccessibili sembrano circondati da un’aura di mistero, di magia, di leggenda e, premiamo coloro che con I’entusiasmo e la semplicità di chi sa apprezzare, amare e rispettare ciò che è bello, affrontano gli ostacoli ed imparano a conoscere se stessi.

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